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Questo avverrà soprattutto con la promulgazione da parte di Carlo VII dell'"Ordinanza d'Orléans" del 2 novembre che riprendeva la precedente Ordinanza del , emanata da Carlo V , in cui si sanciva "il diritto delle genti, uguale per tutti, d'essere rispettati nella propria vita e nei propri beni", il divieto di servirsi di bande di mercenari senza che questi non rispondessero direttamente alla corona, la responsabilità dei capitani per ogni danno arrecato alla popolazione civile.

Con la stessa ordinanza, emanata sotto la spinta e l'ispirazione di Richemont e del Bastardo d'Orléans, uomo ammirato e temuto ma circondato da fama di originalità, sia per la sua devozione alla causa di Giovanna anche dopo la sua morte, sia perché era tra i pochi capitani di guerra che riuscivano a limitare la violenza al campo di battaglia e a mantenere la disciplina nell'esercito, era finalmente istituito un unico esercito regio.

L'armata reale trovava la strada spianata dinanzi a sé. Giovanna cavalcava insieme al Bastardo d'Orléans e a La Hire, assegnata ad uno dei "corpi di battaglia" dell'esercito regio. Mentre il successo arrideva al progetto di Giovanna, le invidie e gelosie di corte riaffioravano. Il giorno stesso della Consacrazione, tra le assenze, spiccava quella del Conestabile Richemont, che avrebbe dovuto reggere simbolicamente la spada durante la cerimonia ma che, ancora in disgrazia, aveva dovuto cedere l'incarico al Sire d'Albret.

Inoltre, era sempre più profonda la spaccatura tra i nobili che appoggiavano Giovanna ed avrebbero voluto dirigersi verso Saint-Denis per riconquistare poi la stessa Parigi e coloro che, nell'improvvisa ascesa del sovrano, vedevano un'opportunità per accrescere il proprio potere personale, soprattutto se fosse stato loro concesso il tempo necessario e se le relazioni con la Borgogna fossero migliorate.

Fra questi ultimi, oltre a La Trémoïlle, favorito del re ed acerrimo rivale di Richemont, non pochi membri del Consiglio reale; prendere tempo, indugiare, acquisire potere ed influenza erano obiettivi diametralmente opposti a quelli della Pulzella, il cui fine era sempre stato solo uno, la vittoria, e la cui rapidità d'azione ora intralciava i piani della fazione più vicina a La Trémoïlle. Dopo una giornata spossante, tra il vento e la polvere, gli inglesi si ritirarono verso Parigi.

Il Bastardo d'Orléans e la sua compagnia vennero licenziati e fatti ripiegare su Blois, ad ispezionare inutilmente i territori del Ducato d'Orléans. L'atteggiamento della corte verso la Pulzella era indubbiamente mutato; a Saint-Denis Giovanna dovette evidentemente avvertire la differenza, le sue voci la consigliarono, in quelle circostanze, di non procedere oltre.

Accanto a Giovanna, per il momento, rimanevano il duca d'Alençon e La Hire. Il Re e la corte, infatti, anziché approfittare del momento propizio per marciare su Parigi, avevano iniziato una serie di trattative con il duca di Borgogna, Filippo il Buono, al quale era stata affidata dagli inglesi la custodia della capitale, rinunciando ad adoperare le risorse militari di cui disponevano.

Il 21 agosto, a Compiègne, città difesa da Guglielmo di Flavy, iniziarono a prendere forma le linee di una tregua più lunga. Effettivamente, gli inglesi semplicemente non avevano più risorse finanziarie per sostenere la guerra.

Ciononostante, la tregua con la potenza anglo-borgognona sembrava non tenere conto della debolezza della controparte e venne condotta, da parte francese, in modo da assicurare, di fatto, una pausa nelle ostilità senza ottenere significativi vantaggi in cambio. Giovanna e gli altri capitani, nel frattempo, si attestarono presso le mura di Parigi; il duca d'Alençon mantenne i contatti con la corte, all'oscuro delle trattative in corso, convincendo infine Carlo VII a raggiungere Saint-Denis.

L'8 settembre i capitani decisero di prendere d'assalto Parigi. Il duca d'Alençon la raggiunse e la fece trascinare via a forza mentre, sconfitto, l'esercito si ritirava nuovamente al campo de La Chapelle. Il giorno seguente, nonostante la ferita, Giovanna si preparava ad un nuovo assalto, quando lei ed il duca d'Alençon furono raggiunti da due emissari, il duca di Bar ed il conte di Clermont, che le intimarono, per ordine del Re, di interrompere l'offensiva e tornare a Saint-Denis.

Il 21 settembre , a Gien, venne disciolto definitivamente dal Re l'esercito "della Consacrazione". Giovanna, separata dalle truppe e dal duca d'Alençon, fu ridotta all'inazione; affidata al Sire d'Albret fu condotta a Bourges, ospite di Margherita di Tourolde, moglie di un consigliere del sovrano, ove rimase tre settimane.

Giovanna rimase invece sotto le mura con pochi soldati; quando il suo attendente, Jean d'Aulon, le chiese perché non tornasse indietro insieme agli altri, rispose che aveva intorno a sé cinquantamila uomini, mentre in realtà egli ne vide solo quattro o cinque. Stanca dell'inattività forzata, fra marzo ed i primi di aprile Giovanna si rimise in marcia, alla testa di circa duecento soldati comandati da Bartolomeo Baretta e, passando per Melun, giunse infine, il 6 maggio , a Compiègne, difesa da Guglielmo di Flavy; la città, assediata, si opponeva ostinatamente alle truppe anglo-borgognone.

A Montargis, il Bastardo d'Orléans venne raggiunto dalla notizia della nuova offensiva borgognona e si mise in viaggio per chiedere al Re il comando di un Corpo d'armata. Troppo tardi, tuttavia, per soccorrere Giovanna che, il 23 maggio , fu catturata durante una sortita insieme al suo intendente, Jean d'Aulon, sotto le mura di Compiègne.

La prigionia e il supplizio Il tetro inverno trascorso da Giovanna a Mehun-sur-Yèvre prima e, poi, a Sully-sur-Loire, presso la corte e il re, fu caratterizzato dall'inazione e dall'acuta consapevolezza che la Borgogna stava intensificando i rapporti diplomatici e militari con la corona inglese. Carlo VII nobilitava Giovanna e la sua famiglia, donandole un'arme araldica due gigli d'oro in campo azzurro e una spada sormontata da una corona ed il privilegio di trasmettere il titolo nobiliare anche per via femminile ma rifiutando, sempre, di accondiscendere alle richieste della ragazza affinché le fosse permesso di riprendere le armi.

Giovanna, già separata dal duca d'Alençon, era sempre più sola. Il 19 gennaio tornava tuttavia ad Orléans, ove trovava ad accoglierla il Bastardo, "gentile e fedele", in occasione di un banchetto in suo onore. Il 16 marzo inviava finalmente una lettera agli abitanti di Reims, che temevano d'essere cinti d'assedio, in cui annunciava di essere pronta a riprendere le armi. Ad un certo punto, il governatore della città, Guglielmo di Flavy, diede ordine di chiudere le porte delle mura nonostante le ultime compagnie non fossero ancora rientrate; ordine che, secondo alcuni, costituirebbe una prova del suo tradimento, essendosi egli accordato segretamente col nemico per rendere possibile la cattura della Pulzella; secondo altri, benché questa eventualità sia possibile, non è dimostrabile.

Ad ogni modo, mentre l'esercito rientrava nella città, Giovanna, che ne proteggeva la ritirata, circondata ormai da pochi uomini della sua compagnia, fu cinturata e strattonata da cavallo, dovendo arrendersi al Bastardo di Wamdonne, combattente agli ordini di Giovanni di Ligny, vassallo del duca di Borgogna ma al servizio re d'Inghilterra. La prigionia e il processo. Fatta prigioniera insieme al suo intendente, Jean d'Aulon, ed al fratello Pietro, Giovanna fu condotta in un primo tempo alla fortezza di Clairoix, quindi, dopo pochi giorni, al castello di Beaulieu-les-Fontaines ove rimase sino al 10 luglio, ed infine al castello di Beaurevoir.

Jeanne de Béthune, moglie di Jean de Luxembourg, la di lei figlia di prime nozze Jeanne de Bar ed infine Jeanne de Luxembourg, zia del potente vassallo, che giungerà sino al punto di minacciare di diseredarlo qualora la Pulzella fosse stata consegnata agli inglesi. Del pari, Giovanna avrebbe ricordato con affetto queste tre donne durante gli interrogatori, ponendole su un piano di rispetto immediatamente inferiore a quello dovuto solo alla propria regina.

La cifra, diecimila lire tornesi, era enorme, paragonabile a quella richiesta per un principe di sangue reale, e per raccoglierla era stato decretato un aumento delle imposte in Normandia, provincia ancora in mano inglese.

Il pagamento del riscatto di un prigioniero aveva lo scopo di restituirgli la libertà; in questo caso, invece, Giovanna fu venduta agli inglesi, cui fu consegnata il 21 novembre a Crotoy, in qualità di prigioniera di guerra, e trasferita, tra novembre e dicembre, numerose volte in diverse piazzeforti, forse per timore di un colpo di mano dei francesi teso a liberarla.

Il 23 dicembre dello stesso anno, sei mesi dopo la sua cattura dinanzi alle mura di Compiègne, Giovanna giunse infine a Rouen. Secondo alcuni, Giovanna, ormai divenuta sin troppo popolare, fu abbandonata al suo destino. Secondo altri, invece, Carlo VII avrebbe incaricato segretamente prima La Hire, che venne catturato in un'azione militare, e poi il Bastardo d'Orléans, di liberare la prigioniera durante i trasferimenti da una piazzaforte ad un'altra, come proverebbero alcuni documenti che attestano due "imprese segrete" presso Rouen, di cui uno datato 14 marzo , in cui il Bastardo d'Orléans accusa la ricevuta di 3.

Di fatto, le spedizioni del Bastardo si svolsero in aprile e maggio e in effetti per due mesi di lui si perdono completamente le tracce. Giovanna aveva già provato a sottrarsi alla prigionia sia a Beaulieu-les-Fontaines, approfittando di una distrazione delle guardie, sia al castello di Beaurevoir, annodando delle lenzuola per calarsi da una finestra per poi lasciarsi cadere al suolo; il primo tentativo fu sventato per un soffio, il secondo causato dalla preoccupazione di Giovanna per una nuova offensiva anglo-borgognona, oltre che, probabilmente, dal sentore di essere in procinto di essere consegnata ad altre mani ebbe come esito un trauma, dovuto alla caduta, talmente forte da lasciarla tramortita: La Pulzella tuttavia si riprese dalle contusioni e dalle ferite.

L'Università di Parigi, che si riteneva depositaria della giurisprudenza civile ed ecclesiastica e che, dispiegando a favore degli inglesi le migliori armi retoriche, sin dal momento della sua cattura ne aveva richiesto la consegna, in quanto la giovane sarebbe stata "sospettata fortemente di numerosi crimini in odore di eresia", finalmente l'ebbe, almeno formalmente, in custodia: Qui la detenzione fu durissima: Giovanna era rinchiusa in una stretta cella del castello, guardata a vista da cinque soldati inglesi, tre all'interno della stessa cella, due al di fuori, mentre una seconda pattuglia era stata piazzata al piano superiore; i piedi della prigioniera erano serrati in ceppi di ferro e le mani spesso legate; solo per partecipare alle udienze le venivano tolti i ceppi ai piedi, che invece, la notte, erano saldamente fissati in modo che la ragazza non potesse lasciare il proprio giaciglio.

Le difficoltà nell'istruire il processo non mancarono: La prima udienza si tenne pubblicamente il 21 febbraio nella cappella del Castello di Rouen.

La carcerazione non aveva fiaccato lo spirito di Giovanna; sin dal principio delle udienze, richiesta di giurare su qualsiasi domanda, ella pretese - ed ottenne - di limitare il proprio impegno a quanto concernesse la fede. Inoltre, alla domanda di Cauchon di recitare il Padre Nostro rispose che lo avrebbe certamente fatto ma solo in confessione, modo sottile per ricordargli la sua veste di ecclesiastico. Durante la seconda udienza, Giovanna fu interrogata per sommi capi sulla sua vita religiosa, sulle apparizioni, sulle voci, sugli accadimenti occorsi a Vaucouleurs, sull'assalto a Parigi in un giorno in cui cadeva una solennità religiosa; a questo la Pulzella rispose che l'assalto avvenne per iniziativa dei capitani di guerra, mentre le voci le avevano consigliato di non spingersi oltre Saint-Denis.

Questione non trascurabile posta quel giorno, sebbene in un primo momento passata quasi inosservata, il motivo per cui la ragazza indossasse abiti maschili; alla risposta suggeritale da quelli stessi che la stavano interrogando ossia se fosse stato un consiglio di Robert de Baudricourt, capitano di Vaucouleurs , Giovanna, intuendo la gravità di un'asserzione simile, rispose: Durante la terza udienza pubblica, Giovanna rispose con una vivacità inattesa in una prigioniera, arrivando ad ammonire il suo giudice, Cauchon, per la salvezza della sua anima.

La trascrizione dei verbali rivela anche una vena umoristica inaspettata che la ragazza possedeva nonostante il processo; alla domanda se avesse avuto rivelazione che sarebbe riuscita ad evadere dalla prigione, rispose: Di notevole rilevanza, invece, la presenza, tra gli assessori della giuria, di Nicolas Loiseleur, un prete che si era finto prigioniero ed aveva ascoltato Giovanna in confessione, mentre, come riferito sotto giuramento da Guillame Manchon, diversi testimoni ascoltavano nascostamente la conversazione, in aperta violazione delle norme ecclesiastiche.

La segretezza degli interrogatori coincise con una procedura inquisitoriale più incisiva; si chiese all'imputata se non ritenesse di aver peccato intraprendendo il suo viaggio contro il parere dei suoi genitori; se fosse in grado di descrivere l'aspetto degli Angeli; se avesse tentato di suicidarsi saltando giù dalla torre del castello di Beaurevoir; quale fosse il "segno" dato al Delfino che avrebbe convinto quest'ultimo a prestar fede alla ragazza; se fosse certa di non cadere più in peccato mortale, ossia se fosse sicura di trovarsi in stato di Grazia.

Paradossalmente, quanto più gravi furono le accuse mosse a Giovanna, tanto più sorprendenti vennero le risposte. Ma voi, perché fate tanti cavilli? Il 27 e il 28 marzo furono letti all'imputata i settanta articoli che componevano l'atto di accusa formulato da Jean d'Estivet. Molti articoli erano palesemente falsi o quantomeno non suffragati da alcuna testimonianza, meno che mai dalle risposte dell'imputata; tra essi si legge che Giovanna avrebbe bestemmiato, portato con sé una mandragora, stregato stendardo, spada e anello conferendo ad essi virtù magiche; frequentato le fate, venerato spiriti maligni, tenuto commercio con due "consiglieri della sorgente", fatto venerare la propria armatura, formulato divinazioni.

Altri, come il sessantaduesimo articolo, sarebbero potuti risultare più insidiosi, in quanto ravvisavano in Giovanna la volontà di entrare in contatto direttamente con il divino, senza la mediazione della Chiesa, eppure passarono quasi inosservati. I settanta articoli in cui consisteva l'accusa contro Giovanna la Pulzella furono condensati in dodici articoli estratti dall'atto formale redatto da Jean d'Estivet; tale era la normale procedura inquisitoriale.

Questi dodici articoli, in base ai quali Giovanna era considerata "idolatra", "invocatrice di diavoli", "blasfema", "eretica" e "scismatica", furono sottoposti agli assessori ed inviati a teologi di chiara fama; alcuni li approvarono senza riserve ma diverse furono le voci discordanti; uno degli assessori, Raoul le Sauvage, ritenne che l'intero processo dovesse essere inviato al Pontefice; il Vescovo di Avranches rispose che non v'era nulla d'impossibile in quanto Giovanna asseriva; alcuni chierici di Rouen o ivi giunti ritenevano, di fatto, Giovanna innocente o, quantomeno, il processo illegittimo; tra questi Jean Lohier, che reputava il processo illegale nella forma e nella sostanza, in quanto gli assessori non erano liberi, le sedute si tenevano a porte chiuse, gli argomenti trattati troppo complessi per una ragazzina, soprattutto, il vero motivo del processo era politico, in quanto attraverso Giovanna s'intendeva infangare il nome di Carlo VII.

Per queste sue schiette risposte, che oltretutto svelavano il fine politico del processo, Lohier dovette abbandonare in gran fretta Rouen. Il 16 aprile Giovanna fu colpita da un grave malessere accompagnato da un violento stato febbrile, che fece temere per la sua vita, ma si riprese nel giro di pochi giorni.

Del resto, più di una volta la ragazza si era appellata al Papa; appello che le era sempre stato negato nonostante la contraddizione evidente, essendo impossibile essere eretici e riconoscere al contempo l'autorità pontificia.

Il tribunale decise infine di non ricorrere alla tortura, probabilmente per il timore che la ragazza riuscisse a sopportare la prova e forse anche per non rischiare di apporre sul processo una macchia indelebile. Il 23 maggio furono letti a Giovanna, presenti numerosi membri del tribunale, i dodici articoli a suo carico.

Giovanna rispose che confermava tutto quanto aveva detto durante il processo e che lo avrebbe sostenuto sino alla fine. L'abiura Il 24 maggio Giovanna fu tradotta dalla sua prigione nel cimitero dalla chiesa di Saint-Ouen, sul margine orientale della città, ove erano già state preparate una piattaforma per lei, in modo che la popolazione potesse vederla e udirla distintamente, e tribune per i giudici e gli assessori. Più in basso, il carnefice attendeva sul suo carro. L'abiura che Giovanna aveva firmato non era più lunga di otto righe, nelle quali s'impegnava a non riprendere le armi, né portare abito d'uomo, né capelli corti, mentre agli atti venne messo un documento di abiura di quarantaquattro righe in latino.

La sentenza emessa era comunque durissima: Giovanna era condannata alla carcerazione a vita nelle prigioni ecclesiastiche, a "pane di dolore" ed "acqua di tristezza". Questa violazione delle norme ecclesiastiche fu con ogni probabilità voluta dallo stesso Cauchon per un fine preciso, indurre Giovanna ad indossare nuovamente l'abito da uomo per difendersi dai soprusi dei soldati.

Infatti solamente i relapsi, ossia coloro che, avendo già abiurato, ricadevano in errore, erano destinati al rogo. Gli inglesi, tuttavia, persuasi che ormai Giovanna fosse sfuggita loro di mano, poco avvezzi alle procedure dell'Inquisizione, esplosero in un tumulto e in un lancio di sassi contro lo stesso Cauchon. A mezzogiorno, Giovanna fu costretta a cedere. Cauchon ed il viceinquisitore Lemaistre, insieme ad alcuni assessori, si recarono il giorno seguente alla prigione.

Su quarantadue assessori, trentanove dichiararono che fosse necessario leggerle nuovamente l'abiura formale e proporle la "Parola di Dio". Pietro Cauchon e Jean Lemaistre condannarono Giovanna al rogo. In seguito, quando questi si fu allontanato, Giovanna chiese di ricevere l'eucaristia. Fra Martin Ladvenu non seppe che cosa risponderle, poiché non era possibile ad un eretico comunicarsi e chiese allo stesso Cauchon come dovesse comportarsi; sorprendentemente, ed in violazione, ancora una volta, di ogni norma ecclesiastica, questi rispose di somministrarle il sacramento.

Giovanna fu condotta nella piazza del Mercato Vecchio di Rouen e fu data lettura della sentenza ecclesiastica. Successivamente, senza che il balivo o il suo luogotenente prendessero in custodia la prigioniera, fu abbandonata nelle mani del boia, Geoffroy Thérage, e condotta dove il legno era già pronto, di fronte a una folla numerosa riunitasi per l'occasione.

In tal modo, non c'era possibilità per il boia di abbreviare il supplizio della condannata, facendole perdere i sensi per l'impossibilità di respirare e facendo poi bruciare il corpo già morto.

Sarebbe dovuta ardere viva. Scorgendo le avanguardie dell'armata reale, gli abitanti della città tentarono di aprir loro la porta di Sant'Ilario, ma furono giustiziati dalla guarnigione inglese. Tuttavia, la ribellione nella "seconda capitale del regno" era evidentemente ormai prossima.

Nel frattempo, molte cose erano cambiate o stavano cambiando: Dopo aver ascoltato centoquindici testimoni, il precedente processo fu dichiarato nullo e Giovanna fu, a posteriori, riabilitata e riconosciuta innocente. Il suo antico compagno d'armi, il Bastardo d'Orléans, ormai divenuto conte di Dunois, fece erigere in ricordo di Giovanna una croce nel bosco di Saint-Germain, la "Croix-Pucelle", ancora oggi visibile.

Giovanna venne beatificata il 18 aprile da papa Pio X e proclamata santa da papa Benedetto XV il 16 maggio , dopo che le era stato riconosciuto il potere intercessorio per i miracoli prescritti guarigione di due suore da ulcere incurabili e di una suora da una osteo-periostite cronica tubercolare, per quanto concerne la beatificazione, e la guarigione "istantanea e perfetta" di altre due donne, l'una affetta da una malattia perforante la pianta del piede, l'altra da "tubercolosi peritoneale e polmonare e da lesione organica dell'orifizio mitralico", per quanto concerne la canonizzazione.

Giovanna fu dichiarata patrona di Francia, della telegrafia e della radiofonia. È venerata anche come protettrice dei martiri e dei perseguitati religiosi, delle forze armate e di polizia. La sua memoria liturgica è celebrata il 30 maggio. Giovanna d'Arco viene richiamata esplicitamente nel Catechismo della Chiesa cattolica quale una delle più belle dimostrazioni d'un animo aperto alla Grazia salvatrice.

Oggi è la Santa francese più venerata. Le reliquie Giovanna d'Arco fu giustiziata sul rogo il 30 maggio ; l'esecuzione procedette con modalità ben descritte nelle cronache dell'epoca. La condannata fu uccisa direttamente dalle fiamme - contrariamente a quanto accadeva solitamente per i condannati a morte, che erano soffocati dall'inalazione dei fumi arroventati prodotti dalla combustione del legname e della paglia.

Alla fine, del corpo della Pulzella rimasero solo le ceneri, il cuore e qualche frammento osseo. Secondo la testimonianza di Isambart de La Pierre, il cuore di Giovanna non fu consumato nel rogo e, per quanto zolfo, olio o carbone il carnefice vi mettesse, non accennava ad ardere.

I resti del rogo furono quindi caricati su un carro e gettati nella Senna, per ordine del conte di Warwick. Nonostante la meticolosità dei carnefici e le rigide disposizioni delle autorità borgognone e inglesi avessero reso molto improbabile questa eventualità, nel furono rinvenute alcune presunte reliquie di Giovanna d'Arco nella residenza parigina di un farmacista.

Fra queste vi era anche un femore di gatto la cui presenza, a detta di chi ne sosteneva l'autenticità, era spiegabile con il fatto che uno di questi animali sarebbe stato gettato nel rogo in cui ardeva la fanciulla.

Perché è una buona e santa persona che è stata bruciata! Il giorno stesso del supplizio, un domenicano, Pierre Bosquier, fu condannato a quasi un anno di carcere a pane ed acqua per aver osato sostenere che il giudizio di condanna era stato iniquo. In molti, invece, rifiutarono di credere alla morte della Pulzella.

Già nel mese di maggio, peraltro, le spese per il servizio funebre della Pulzella figurano tra i conti della città, segno evidente che non tutti avevano creduto alla storia della falsa Giovanna.

Insieme al testo del processo di condanna fu copiata ed ampiamente diffusa. Sempre più un simbolo, sempre meno una persona. D'oltremanica giungevano invece, alimentate dal ricordo e dal rancore della guerra, immagini denigratorie di Giovanna, spesso sgualdrina e, a volte, strega, anche queste stereotipate quanto quelle che la elogiavano.

Nel XVII secolo il ricordo di Giovanna divenne sempre più flebile; sopravvisse nell'opera di Jean Chapelain e, nonostante la fama di santità che le veniva ancora tributata ad Orléans, soprattutto fra i libertini fu oggetto di scherno e derisione.

Rappresentata con gli ormai abituali tratti della ragazza di facili costumi, inserita in un contesto farcito di "anacronismi e di trovate fantastiche e buffonesche", Giovanna non era tanto dileggiata quanto ridotta a mero simbolo di un Medio Evo tratto a paradigma di civiltà "corrotta, barbara e ignorante". Nello stesso anno, le feste in onore di Giovanna d'Arco furono soppresse, alcune statue fuse.

Unica voce controcorrente, quella dell'inglese Robert Southey, che nel suo poema Joan of Arc del trasformava Giovanna in una fautrice del patriottismo repubblicano - nonostante si fosse battuta a favore del Delfino e poi re Carlo VII e della sua consacrazione solenne. Fu solo nel XIX secolo che Friedrich Schiller compose una tragedia che potesse considerarsi vera e propria replica a Voltaire: Sotto Napoleone Bonaparte Giovanna divenne il simbolo non solo del patriottismo ma anche del nazionalismo francese; una combattente non per la libertà né per una giusta causa ma, semplicemente, per la Francia, sempre e comunque.

In età moderna e contemporanea Al principio del XX secolo, durante il processo di beatificazione di Giovanna, iniziato nel e conclusosi il 18 aprile , la fama di Giovanna si era nuovamente diffusa fra tutti gli strati della popolazione, sia per l'iniziativa della Chiesa, sia per la minuziosa opera di ricostruzione storica di Jules Quicherat, ormai ampiamente conosciuta.

Tuttavia, ancora una volta, i movimenti che agitavano la società e la politica si appropriarono in qualche modo della sua figura prediligendone un singolo aspetto e tralasciandone l'"inesauribile" profondità. Da un lato, Giovanna era divenuta l'emblema dei Cattolici, dall'altro, la sinistra laica ne celebrava l'immagine della ragazza del popolo abbandonata dal potere e dal re al rogo della Chiesa; gli antisemiti vedevano in lei una "fanciulla celtica".

La divisione politica e religiosa del Paese si sarebbe risolta, di necessità, solo durante la Prima guerra mondiale. Giovanna divenne, allora, il simbolo stesso della resistenza contro l'invasore; circolavano immagini della Beata Giovanna d'Arco che inneggiavano alla lotta in nome dell'unità nazionale della Francia e, quando l'offensiva tedesca fu arrestata nella Prima battaglia della Marna, tra i caduti vi fu, emblematicamente, uno scrittore come Charles Péguy, che aveva legato a doppio filo la sua opera con la vita - e la morte - di Giovanna d'Arco.

Nel dopoguerra la letteratura cattolica s'impose per alcuni decenni grazie al talento ed all'ispirazione degli artisti e ad un'ormai solida reputazione popolare; il dramma di Paul Claudel del avrebbe dovuto rappresentare non solo un apice artistico ma anche un riferimento autorevole per la raffigurazione della Pulzella. Invece, sin dal , dell'immagine di Giovanna si appropriarono dapprima i francesi che avevano militato tra le file dei nazionalisti in Spagna, durante la guerra civile e, all'inizio della Seconda guerra mondiale, Giovanna divenne l'ispiratrice sia del governo di Vichy tanto che ne nacque una formazione di volontari denominata Légion Jeanne d'Arc sia della Resistenza e di France libre.

Al termine della guerra, l'interesse per la figura di Giovanna non è diminuito; da un lato, alla luce del Concilio Vaticano II e della rinnovata attenzione verso i metodi scientifici e storici, la percezione della Chiesa verso questa santa si è ampliata sino a ricomprenderne l'intera personalità, senza ridurla a mera agiografia; dall'altro, la ricerca storica e la storiografia stessa hanno affinato i propri metodi, sia accettando la contraddittorietà - reale o solo apparente - del personaggio, senza pretendere necessariamente di spiegarlo, sia integrando la visuale odierna con la prospettiva propria, unica e particolare, dell'epoca in cui visse.

Jeanne d'Arc est vraisemblablement née en dans la ferme familiale du père de Jeanne attenante à l'église de Domrémy, village situé aux marches de la Champagne, du Barrois et de la Lorraine, pendant la guerre de Cent Ans qui opposait le Royaume de France au Royaume d'Angleterre.

Fille de Jacques d'Arc et d'Isabelle Romée, elle faisait partie d'une famille de cinq enfants: Jeanne, Jacques, Catherine, Jean et Pierre. Jeanne ou Jeannette, comme on l'appelait à Domrémy où elle grandit fut décrite par tous les témoins comme très pieuse; elle aimait notamment se rendre en groupe, chaque dimanche, en pèlerinage à la chapelle de Bermont tenue par des ermites garde-chapelle, près de Greux, pour y prier.

Les témoignages de ses voisins lors de ses futurs procès rapportent qu'à cette époque, elle fait les travaux de la maison ménage, cuisine , du filage de la laine et du chanvre, aide aux moissons ou garde occasionnellement des animaux quand c'est le tour de son père, activité loin du mythe de la bergère qui utilise le registre poétique de la pastourelle et le registre spirituel de Jésus le bon berger.

Les réponses qu'elle a faites à ses juges, conservées dans les minutes de son procès, révèlent une jeune femme courageuse, dont le franc-parler et l'esprit de répartie se tempèrent d'une grande sensibilité face à la souffrance et aux horreurs de la guerre, comme devant les mystères de la religion.

Jeanne, "la bonne Lorraine" L'usage de la particule n'indique rien quant à de possibles origines nobles, une particule pouvant être portée tant par des roturiers que par des nobles, en outre son nom est orthographié de différentes manières: Day, Tare, Tarc, etc. Jacques d'Arc, habituellement considéré comme laboureur, ou pour d'autres historiens comme ayant le rang de collecteur de l'impôt, semble aussi avoir été métayer et paraît ainsi avoir émigré d'Arc-en-Barrois en Champagne , avec l'accord de son seigneur.

Dès lors, il dépend du titulaire des droits sur Domrémy où il a fondé son foyer. Au début du XVe, Domrémy se trouve imbriquée dans un territoire aux suzerainetés diverses. Sur la rive gauche de la Meuse, elle peut relever du Barrois mouvant, pour lequel le duc de Bar, par ailleurs souverain dans ses États, prête hommage au roi de France depuis Mais elle semble être plutôt rattachée à la châtellenie de Vaucouleurs, sous l'autorité directe du roi de France qui y nomme un capitaine le sire de Baudricourt, au temps de Jeanne d'Arc.

Enfin, l'église de Domrémy dépend de la paroisse de Greux, au diocèse de Toul dont l'évêque est prince du Saint-Empire germanique.

Colette Beaune précise que Jeanne est née dans la partie sud de Domrémy, côté Barrois mouvant, dans le bailliage de Chaumont-en-Bassigny et la prévôté d'Andelot.

Toutefois, si les juges de corroborent cette thèse, de même que Jean Chartier ou Perceval de Cagny, Perceval de Boulainvilliers considère pour sa part qu'elle est née dans la partie nord, qui relevait de la châtellenie de Vaucouleurs et donc du royaume de France dès La légitimité de son dernier fils survivant, le Dauphin Charles, héritier de la couronne, est contestée, du fait des aventures qu'aurait eues sa mère Isabeau de Bavière en particulier avec Louis d'Orléans.

Depuis l'assassinat de Louis d'Orléans en novembre , le pays est déchiré par une guerre civile entre Armagnacs et Bourguignons. Ceux-ci se disputent le pouvoir au sein du conseil de régence présidé, à cause de la folie de son époux, par la reine Isabeau.

Profitant de ce conflit, Henri V, roi d'Angleterre relance les hostilités et débarque en Normandie en La chevalerie française subit un désastre à Azincourt, face au Corps des Long Bow, archers gallois. En effet, les Anglais disposent d'un corps gallois ayant une maîtrise meurtrière de l'arc long longbow.

Toujours bien abrités des charges de cavalerie par des pieux disposés à l'avance, ces gallois déciment sous une pluie de flèches la chevalerie française, dont les chevaux ne sont pas encore protégés. Ils vont ainsi devenir maîtres des batailles à terrain découvert malgré leur nette infériorité numérique. Mais après Orléans, Jeanne ayant obtenu des chefs militaires français -sur "sa grande insistance"- de poursuivre les troupes anglaises, le Corps des Long Bow est surpris faisant une pause à Patay et, inorganisés, quasiment tous ses archers sont massacrés par des charges de cavalerie.

Le Corps ne sera pas reconstitué et sera totalement éliminé une décennie plus tard par l'apparition de l'artillerie nouvelle des frères Bureau -notamment l'artillerie de campagne- aux batailles de Formigny et Castillon, avantages combinés qui mettront fin au conflit.

À Domrémy, on apprend que le duc Edouard III, son frère, le seigneur de Puysaye et son petit-fils le comte de Marle, sont tombés au combat. Le duché échoit au frère survivant du duc défunt, Louis, évêque de Verdun, lequel est un temps contesté par le duc de Berg, gendre du feu duc. Lors de l'entrevue de Montereau, le 10 septembre , le Dauphin Charles et Jean sans Peur doivent se réconcilier pour faire face à l'ennemi. Mais, malheureusement, Jean sans Peur est poignardé au cours de cette rencontre par un homme du Dauphin -probablement Tanneguy du Chastel- par vengeance de l'assassinat de Louis d'Orléans à la porte Barbette à Paris.

En réaction à cet assassinat, le fils de Jean sans Peur, Philippe le Bon, se rallie aux Anglais, imité en cela par la puissante Université de Paris. À la mort de Charles VI, la couronne doit revenir à leur descendance, réunissant les deux royaumes. Ce traité est contesté par la noblesse française car il spolie le Dauphin -considéré comme enfant illégitime et assassin présumé du duc de Bourgogne- de son droit de succession. À la mort de Charles VI en , la France n'a donc plus de roi ayant été sacré.

La couronne de France est alors revendiquée par le roi d'Angleterre encore mineur, Henri VI qui vient de succéder à son père. La situation territoriale devient alors la suivante: La Bretagne jouera néanmoins un rôle décisif dans la dernière phase de cette guerre de Cent Ans en assurant le blocus de Bordeaux.

De Domrémy à Chinon: Dès lors, elle s'isole et s'éloigne des jeunes du village qui n'hésitent pas à se moquer de sa trop grande ferveur religieuse, allant jusqu'à rompre ses fiançailles probablement devant l'official de l'évêché de Toul.

Elle craint le pillage et les massacres pour son village de Domrémy: Ses expériences mystiques se multiplient à mesure que les troubles dans la région augmentent mais, effrayée, elle ne les révèle à son "oncle", Durand Laxart en fait, un cousin qu'elle appelle oncle car plus âgé , qu'à l'âge de 16 ans. Après beaucoup d'hésitations, son "oncle" l'emmène -sans permission parentale- rencontrer Robert de Baudricourt, capitaine de Vaucouleurs, forteresse voisine de Domrémy, sous prétexte d'aller aider aux relevailles d'une cousine germaine.

Demandant à s'enrôler dans les troupes du Dauphin pour répondre à une prophétie locale qui voulait qu'une pucelle des Marches de Lorraine sauvât la France, elle demande audience à Robert de Baudricourt en vue d'obtenir de lui la lettre de crédit qui lui ouvrirait les portes de la Cour.

Le seigneur local la prend pour une affabulatrice ou une illuminée et conseille Laxart de ramener sa nièce chez ses parents avec une bonne gifle. L'année suivante, les Anglo-bourguignons attaquent Domrémy; avec sa famille, elle se réfugie à Neufchâteau. Jeanne tenace revient s'installer à Vaucouleurs en pendant trois semaines.

Elle loge chez Henri et Catherine Le Royer, famille bourgeoise, et la population -avide en ces temps troublés de prophéties encourageantes- l'adopte et la soutient. Dotée d'un grand charisme, la jeune paysanne illettrée acquiert une certaine notoriété de guérisseuse lorsque le duc malade Charles II de Lorraine lui donne un sauf-conduit pour lui rendre visite à Nancy: Elle finit par être prise au sérieux par Baudricourt après qu'elle lui a annoncé par avance la journée des Harengs et l'arrivée concomitante de Bertrand de Poulengy, jeune seigneur proche de la maison d'Anjou et de Jean de Novellompont, dit de Metz.

Il lui donne une escorte de six hommes, liés à Yolande d'Aragon: Avant son départ pour le royaume de France, Jeanne se recueille dans l'ancienne église de Saint-Nicolas-de-Port, dédiée au saint patron du duché de Lorraine. Portant des habits masculins et coupant ses cheveux au bol -ce qu'elle fera jusqu'à sa mort, excepté pour sa dernière fête de Pâques-, elle traverse incognito les terres bourguignonnes et se rend à Chinon où elle est finalement autorisée à voir le Dauphin Charles, après réception d'une lettre de Baudricourt.

C'est lors d'une entrevue privée qu'elle parle au Dauphin de sa mission. La légende de "l'envoyée de Dieu", peu probable, raconte qu'elle fut capable de reconnaître Charles, vêtu simplement au milieu de ses courtisans. En réalité, arrivée à Chinon le 23 février, elle n'est reçue par le roi que deux jours plus tard, non dans la grande salle de la forteresse mais dans ses appartements privés, la grande réception devant la Cour à l'origine de la légende n'ayant lieu qu'un mois plus tard.

Par superstition, Jeanne est logée dans la tour du Coudray, celle où Jacques de Molay fut emprisonné. Jeanne annonce clairement quatre événements: Après l'avoir fait interroger par les autorités ecclésiastiques à Poitiers où des docteurs en théologie réalisent son examen de conscience et où des matrones, supervisées par Yolande d'Aragon, constatent sa virginité exigence pour une "envoyée de Dieu"?

Vérification qu'elle n'est pas un homme? Pour ne pas donner prise à ses ennemis qui la qualifient de "putain des Armagnac" , et après avoir fait une enquête à Domrémy, Charles donne son accord pour envoyer Jeanne à Orléans assiégée par les Anglais, non pas à la tête d'une armée, mais avec un convoi de ravitaillement.

Ce sera à Jeanne de faire ses preuves. Jeanne d'Arc, chef de guerre ou simple mascotte avril - mai ? Ses frères la rejoignent. On l'équipe d'une armure et d'une bannière blanche frappée de la fleur de lys, elle y inscrit Jesus Maria, qui est aussi la devise des ordres mendiants les dominicains et les franciscains.

En partance de Blois pour Orléans, Jeanne expulse ou marie les prostituées de l'armée de secours et fait précéder ses troupes d'ecclésiastiques. Arrivée à Orléans le 29 avril, elle apporte le ravitaillement et y rencontre Jean d'Orléans, dit "le Bâtard d'Orléans", futur comte de Dunois. Elle est accueillie avec enthousiasme par la population, mais les capitaines de guerre sont réservés. Avec sa foi, sa confiance et son enthousiasme, elle parvient à insuffler aux soldats français désespérés une énergie nouvelle et à contraindre les Anglais à lever le siège de la ville dans la nuit du 7 au 8 mai À cause de cette victoire encore célébrée à Orléans au cours des "Fêtes johanniques", chaque année du 29 avril au 8 mai , on la surnommera la "Pucelle d'Orléans", expression apparaissant pour la première fois en dans l'ouvrage Le Fort inexpugnable de l'honneur du sexe féminin de François de Billon.

Après le nettoyage de la vallée de la Loire grâce à la victoire de Patay où Jeanne d'Arc ne prit pas part aux combats , le 18 juin , remportée face aux Anglais, Jeanne se rend à Loches et persuade le Dauphin d'aller à Reims se faire sacrer roi de France. Pour arriver à Reims, l'équipée doit traverser des villes sous domination bourguignonne qui n'ont pas de raison d'ouvrir leurs portes, et que personne n'a les moyens de contraindre militairement.

Selon Dunois, le coup de bluff aux portes de Troyes entraîne la soumission de la ville mais aussi de Châlons-en-Champagne et Reims. Dès lors, la traversée est possible. Le duc de Bourgogne, en tant que pair du royaume, est absent, Jeanne lui envoie une lettre le jour même du sacre pour lui demander la paix. L'effet politique et psychologique de ce sacre est majeur.

Il légitime Charles VII qui était déshérité par le traité de Troyes et soupçonné d'être en réalité le fils illégitime du duc d'Orléans et d'Isabelle de Bavière. Cette partie de la vie de Jeanne d'Arc constitue communément son épopée: La découverte miraculeuse de l'épée dite de "Charles Martel" sous l'autel de Sainte-Catherine-de-Fierbois, en est un exemple. Le mythe de la chef de guerre commandant les armées de Charles VII en est un autre. C'est le duc de Bedford, pour minimiser la portée de la délivrance d'Orléans et les défaites ultérieures qui lui attribue le rôle de chef de guerre de l'ost du roi envoyé par le diable.

Les conseillers du roi se méfiant de son inexpérience et de son prestige, ils la font tenir à l'écart des décisions militaires essentielles tandis que le commandement est successivement confié à Dunois, au duc d'Alençon, Charles d'Albret ou le maréchal de Boussac.

Dans la foulée, Jeanne d'Arc tente de convaincre le roi de reprendre Paris aux Bourguignons, mais il hésite. Di quella ricca l'orma artistica non resta più nulla: Ed il medesimo accade degli altri scrit- tori che servirono di fondamento alla compila- zione che stiamo esaminando. Ecco, per esempio, il capitolo dei funerali di Cesare, paragonato a quello di Svetonio: Et, all'entrare del tempio di Venus, fu messo in uno letto d'avorio lo corpo di Cesare, coperti! L'uomo cantava por la pietà di sua morte, secondo el costume del paese, e diceva cantando: Antonio fece gridare che ogni uomo li facesse tale onore, come si doveva fare a Dio et ad uomo.

Li più nobili portavano lo corpo di Cesare sopra li omeri loro in fino al tempio, e l'uno diceva che si portasse el corpo a ardare al Svetomo 84 Funere indicto, rogus ex- structus est in Martio campo iuxta Juliae tumulum: Praeferentibus muse- rà, quia suffecturus dies non videbatur, praeceptum est, ut.

Inter ludos cantata sunt quaedam ad mi- serationem et invidiano caedia eius, accommodata ex Pacuvii Armorum iudicio: Mcn' servasse, ut essent. Allora tutti li altri ri gira- rono minuti arbuscelli, dure el fuoco s'apprese. E poi ven- nero li balii con tutti li doni che ciascuno portava: Al torno de la turba che el popolo fece, rincontraro Bisqua pretore, che tardi era venuto, e eludevano che fusse di coloro che gravemente ave- vano parlato sopra Cesare lo giorno innanzi.

A colui ta- gliaro la testa, e ficaronla so- pra una lancia, e portaronla per la città. Quem quum pars in Capitolini Jovis cella cremare, pars in Curia Pom- peii, destinaret, repente duo quidam, gladiis succincti, ac bina iacula gestantes, arden- tibus cereis succenderunt: In summo publico luctu exte- rarum gentium multitudo cir- culatim, suo quaeque more, lamentata est: Plebs statini a funere ad domum Bruti et Cassii cum facibus tetendit, atque aegre repulsa, obvium sibi Helvium Cinnam,per errorem nominis.

Cosi pure è di Lucano; anzi di Lucano forse più che degli altri, perchè il poeta della Farsalia non è solamente male interpetrato ; non è sola- mente accorciato e mutilato; ma qualche volta è anzi arricchito dallo scrittore del medioevo che aggiunge di suo cose che non trova nel testo, e che gli sembrano tanto importanti da non essere taciute. Lucano, a proposito del banchetto, a cui sedettero Cesare e Cleopatra, scrive: Tuba Ma questo non basta davvero allo scrittore dei tempi di mezzo.

Egli, dopo aver detto: Questi ritratti degli antichi eroi, che si trovano già in Darete, sono comuni nei romanzi francesi ; e l' autore del Cesare non ha fatto che obbedire ad un istinto del tempo descrivendoci, coi soliti tratti generali, Cleopatra, precisamente come Fautore del romanzo di Troja ci descrive, per esempio, Briseida ed Elena, Andromaca, Cas- sandra e Polissena. Rientrano nel campo del leggendarismo eroico anche i Conti di Antichi Cavalieri, 3 nei quali si 1 II signor Banchi stampa celli, e annota: Probabilmente i codici hanno cilli, da cil francese.

Noi lo troviamo tatto cavaliere da un suo prigioniero cristiano: Il ot a non Salechadins. Quatre coses especiaus C'avoir doit Chevaliers noviaus, Et toute sa vie tenir, Se il veut a lionneur venir. E infatti que- sto suo cristianeggiamento apparisce da altri fatti che la leggenda gli attribuisce. Egli l'a cristiano il figliuolo, 1 e riconosce la superiorità della legge cristiana; 2 è messo in rapporto con San Fran- cesco, 3 ed anzi è creduto che abbia abbracciato la religione di Cristo.

K il racconto stesso di Abraam yivdeo nel Boccaccio De-. Molto l'amava il Saladino; e spesso con lui par- lava e in palese e in segreto È curioso a notarsi che altrove il Saladino è considerato in modo affatto diverso.

Nella Expositio in Hyeremiam profetarti, at- tribuita all'abate Giovacchino, e scritta circa il , Saladino è uno dei sette persecutori della Chiesa, raffigurati nelle sette teste del Dragone dell'Apocalisse. Mi comunica questa notizia l'egregio Edoardo Al visi , che sta preparando un importante lavoro sulla storia dei Fla- gellanti. Vedi la Novella xxv del Novellino.

Une de ses soeurs chargée de cette oeuvre de charité, ajouta ses propres effets pour rendre cette aumóne plus abondante. Nos historiens contemporains disent que le Sulthan avant que de mourir, ordonna à 1' officier qui portoit ordi- nairement son étendard dans les armées, d' attacher au haut d'une lance le drap dans lequel il devoit étre enséveli, et de crier dans les rues de Damas, en le montrant au peuple: Lo stesso racconta Busone Avv.

Essi pro- i -ngono, secondo ogni probabilità, o dal proven- zale o dal francese. Farebbe credere a una de- rivazione provenzale il vedere il Saladino messo in relazione con Bertrand de Boni, il trovatore famoso. X del Deeatnerone, e cfr. Vedi anche mio studio del prof. Les vertus ont été enseve- lies dans le méme tombeau. B II testo ha: Bertram dal Borano, '"mito I. Il se montra à elle sous les mu- railles de la ville d'Acre, ou elle étoit débarquée; il dófioit Ics chevaliers chrétiens au combat.

Elle le réconnut, et lui fit l'aire des complimens. Nei Gesta Regis Ricardi attrib. Twysden, Anglicarwm rerum, scrip- tores, Malakins de Baudas estoit apelés. Il regarda la bele Demoisele et le convoita et dist au Soudant: Sire, pour mon service avoir à -toujors doi mesme. Sire, fait-il, se jou Tosoie dire pour le hautece dont jou n'ai mie tant con eie, jou le diroie. Sire, fait-il, la bele Cetive vostre fille. Mala- quin, et je le vous donrai volentiers. Il li donna et cb.

Elle le persuada si bien au roi son époux, que ce foible monarque lui permit de se rendre au moyen d'un sauf-conduit à lerusalem, putir avoir une conférence avec Saladin el le convertir. La belle missionaire pari magnifiquement pareo, et va chercher son néophite, qui vieni au devant d'elle hors des portes de la ville. Peu de momens après la reine déclare qu' elle va s' en- fermer avec Saladin pour raisonner sur Ics grands intérèts qu'ils ont à démèler ensemble.

Elle veni rcnvoyer son escorte et son cortége, cornine inu- tiles au succès rune négociation dont la base devoit ótre une confiance réciproque. Pardon, madame, lui dit-il, mais je ne souffrirai jamais que vous vous preniez ainsi pour convertir un chevalier paien ; avec ces faeons, au lieu d'amener des ames à Dieu, vous pourriez bien envoyer la vótre à tous les diables.

E perchè a questa compiuta bontà non mancasse proprio nulla, Ber- trand de Boni lo ammaestra intorno air amore ca- 1 Questo è il sunto dato nelle Mélanges tirés d'une gr.

E di questo suo spirito inchinevole ai precetti evangelici contiene un segno anche il Conto ri, dove si racconta che un suo barone gli chiese dieci cristiani prigio- nieri, ed altri un altro barone, per liberarli; e die il Saladino allora disse: Et de vo gent qui sont or pris Vous renderai-jou jusc' a dis, Si les volez oster de chi. Ad ogni modo il Conto u ci prova sempre meglio il tentativo di cristianizzare il Sa- racino. Biagi, nella prima sua parte. Del resto nulla sembra più contrario alla storia, se dobbiamo per es.

Gesta Regis Ricardi, II, Il Conto in ci presenta il Saladino nelle sue qualità cavalleresche. Medii Aevi scrip- tores si parla di doni scambiatisi tra Riccardo e il Saladino: Questo stesso fatto del cavallo donato dal Saladino al re Riccardo, ma con altre circostanze, è raccontato nel Novellino, Nov.

L' autore della Cronaca che fu at- tribuita a Benedetto di Peterborough, pone sulle labbra di Enrico un lamento per la morte del figliuolo, che termina con queste parole: Fecit eum namque Dominus fere univorsos hujus vitae viros in omni morum ho- nestate praecellere, et in arto militari praevalere. Omnis honoris lionos, decor et decus urbis et orbis ; Militiae splendor, gloria, lumen, apex; Julius ingenio, virtutibus Hector, Achilles Viribus, Augustus moribus, ore Paris.

Anche nella Novella xxxiv del Novellino testo Panciati- chiano, ediz. Sembrerebbe anzi che la liberalità nel Re giovane degenerasse in prodigalità, come potrebbe indursi da alcune parole dello stesso Cambrense; 8 e qualcheduno ha supposto clic sia stata questa la ragione, per la quale Enrico II, dividendo le provincie del suo regno trai figliuoli, non diede a Lui che un mero titolo senza potere.

Sed quid per singula curro? Il iv narra che un cavaliere chiese un dono a Enrico II: E cavalieri eli" erano collo Re giovane, lora dissero tutti: E '1 Re giovene rispuose: Lo Re non li donava.

Venendo a morte, li mer- catanti li demandaro eh 1 esso loro dovesse fare pagare: Quelli rispose eh' avea tutto donato; ma tanto mi è rimaso:.

De quello che posso et io satisfaraggio voi. Anche il Novellino rac- conta lo stesso , l e questo racconto forma parte di una novella dove molte altre cose sono narrate del Re giovane.

Chi esamini le due novelle xix e xx del Novellino potrà facilmente entrare in so- 1 Nov. Il Re giovane rispose: Ma le' venire uno notajo, e quando il notajo fu venuto, disse quello Re cortese: Dopo la morte, andaro al padre suo, e domandaro la moneta.

Il padre rispose loro aspramente, dicendo: E quelli mostraro la carta. La xix infatti comincia cosi: Ora, la xx finisce con queste paiolo: Questo si riappicca evi- dentemente con quel principio, od è come la con- clusione di tutto il racconto dei l'atti del Re gio- vane, che sembra si vogliano ascrivere al senno del suo fido amico Bertrand. E si noti che mentre Enrico 11 rivolge La domanda al trovatore guer- riero in. E quando 1" hai perduto? Messere, quando vostro figliuolo morfo. Ma questo non è che quel medesimo che leggesi nell'antica prosa provenzale, già pub- blicata dal Raynouard: Bertrans, Bertrans, vos avete dig que anc la meitatz del vostre sen no vos besognet nulls temps, mas sapchatz qu'ara vos besogna ben totz.

Seingner, dis Bertrans, el i Chnix, IV, E '1 reis dis: Eu ere ben qu'el vos sia aras fail- litz. Seingner, dis En Bertrans, ben m 1 es faillitz. E com, dis lo reis? E '1 reis quant anzi so qu'En Bertrans li dis, en ploran, del fili, vene li granz dolors al cor de pietat et als oills, si que no s pot tener qu' el non pasmes de dolor.

E quant el revenc de pasmazon, el crida e dis en ploran: Al gruppo dei racconti che fanno parte della 1 Mahn, Die Werke, I, E chiudesi finalmente il li- bro con un racconto appartenente all'altro grande ciclo dei romanzi Carolingi, il Conto del re Te- baldo xx , che proviene dal romanzo di Folco di Candia.

Ci sono anzi nel testo Martelliano due passi, i quali pos- sono far credere che esso proceda direttamente dal lavoro del Leduc. Queste parole non ben chiare nel testo 1 Ved. Le Roman de Foulqv. Sire, dist Loéys, raoult estes guerroians, Et Y arraes et de cors penéus et traveillans. Et Tiébant li respont, com hom apercevans: Par ma foy, biau dous sire, més vos trop conquerans, Que assis nos avez bien a passe xn ans.

Je ne sai s' à tous jours y esterez manans, Més trop y amenastes Oliviers et Roullans, Nous ne quidions mie qu'en France en eust tans. Il quale prosegue cosi: Anche nel romanzo francese Luigi dice a Tebaldo: Certes molt me serois de l'aler desirans, Mais gè ai dam Guillaume d' Orange convenans, Que n' en irai arriere, s' il n'i est assentans. Ma è poi notabile, nella risposta di Tebaldo, il verso Plus en est angoisseus mes onde l'atnirans, perchè esso ci spiega quel Munon del testo ita- liano, nomo che non trovasi nel romanzo, e che è senza dubbio un errore per mesoncle, mononcle, , ediz, TaiV.

T Nel loro insieme i Conti di antichi Cavalieri, rozzi nella forma, e privi affatto di ogni sogget- tività, non ci rappresentano altro che il tentativo di raccogliere la materia cavalleresca in un corpo solo, abbreviando da molti libri per ridurre al gu- sto degi' Italiani le lunghissime narrazioni francesi.

Più lungo lavoro è la traduzione conosciuta sotto il nome di Tavola Rotonda, la quale non è altro che una vasta compilazione fatta sui ro- manzi francesi del ciclo Brettone. Ma appartiene essa al secolo xm? Un solo codice, il Riccar- diano ,- potrebbe farlo sospettare. Notiamo che avmasor , aumansor non è un nome proprio, ma significa emiro, capo arabo. Neil' Aliscans si legge: En mi la voie encontre un ainnansoi-, E nel Macaire: Quant li trai a li rois alainansor. Egidio Romano scrisse per Filippo il Bello mi trattato De regimine principimi, che fu dal latino tradotto in francese , e dal francese in ita- liano nel Co- razziai , pag.

Ma la lingua vi corre spedita, sicura e tale insomma da attestarci che la prosa era già in quel tempo matura. C'è qualche dialettismo senese , ] ma che non toglie al libro l'impronta italiana o toscana che dirsi voglia. Nel codice della Biblioteca Magliabechiana II, iv, 88 si legge: Sarebbe troppo estraneo al nostro argo- mento entrar qui a parlare dell' opera del grande viaggiatore veneziano.

Possiamo noi seguitare a cre- dere che unico traduttore di esso sia stato Bono Giamboni? Anzi possiamo noi essere certi che Bono Giamboni abbia tradotto il Tesoro? Un solo codice Marciano, 2 e di età assai posteriore al Giamboni, 3 contiene il suo nome; tutti gli altri e come ognuno sa, sono moltissimi non portano nome di traduttore alcuno, neppure quelli di una antichità incontestabile, quali sarebbero tre Lau- renziani, 1 tre Magliabechiani, 5 il Riccardiano 6 e quello De Visiani.

Né varrebbe molto Top- porro che la forma della traduzione è in tutti i codici somigliante. Quando si fanno traduzioni affatto letterali, è naturale che tutte si somiglino tra loro, perchè la loro uniformità proviene dal testo. E che nel tradurre il Tesoro si seguisse il testo parola a parola, lo sa chi ha veduti e studiati i manoscritti. Ecco, per esempio, un brano del libro di Retorica, che io traggo da uno doi codici che ritengo più autorevoli e più antichi, il Magliabechiano II, vili, Il Mussafia, del secolo xiv.

Et concio sia cosa che '1 parlare sia dato a tutti li huomini, Catone disse che sapiencia è clonata a pochi. La prima si è guarnita di gran senno et di buona paria- dura et questa è la fiore del mondo. L'altra si è voita di senno et di buona parladura et questa è trasgrande meccianca.

L' altra si è voita di senno ma elli son troppo ben parlanti et questo è grande pericolo. Si paragoni questa traduzione coli' originale: Chi ora si facesse a paragonare il testo ita- liano riferito con quello per esempio dell'altro co- dice Magliabechiano II, 48, pur trovandolo in grandissima parte conforme, scoprirebbe qua e là certe varianti, le quali potrebbero dare indizio non tanto di un copista, quanto di un traduttore diverso.

A noi basti qui di averla fuggevolmente accennata. Una tra le più antiche di queste sembra essere il Libro di Calo. Sarebbe fuori del nostro assunto il ricercare qui chi sia veramente l 1 autore di quell'opera. Tiraboschi, Storia della Leu. Che l'autore vivesse ai tempi pagani ci sembra che lo dicano chiaro questi due distici: Linque metum leti, nani stultura est tempore in omui, Dum mortem metuis, amittis gaudia vite.

La traduzione è quasi sempre letterale ed abbastanza fedele. Il testo latino comincia cosi: Nunc te, fili Rarissime, docebo quo pacto mores tui animi componas. Igitur mea precepta ita legito ut intelligas: Ed ecco la traduzione italiana cor- rispondente: Sarebbe stato mio debito parlare del codice Magliabechiano mandato dal Pollini al Vannucci ivi, pag.

Ma per quante ricerche sieno state fatte, non si è potuto rinvenire quel manoscritto. Forse il numero indicato dal Vannucci, p. Novella prova del bisogno urgente che c'è di por le mani nei Manoscritti della Nazionale, per ordinarli una volta in modo che le ricerche degli studiosi possano essere sodisfatte.

È stato detto che non si trovano esempi di aggio per ho in prosa toscana. Io posso additare un tale esempio nel cod.

II, ti, 82, carta 2r, ultimo verso del capitolo, dov'è una traduzione del Tesoro di B. Anche i Conti di Antichi Cava- lieri hanno aggio; ma io non sono sicuro che essi non abbiano qualche cosa appartenente a dialetti non toscani.

Aguale ammaesterrabboti, o figliuolo carissimo, in che modo li costumi del tuo animo tu debbi ordinare. Il te- sto, per esempio, dice: Si Deus est animus nobis, ut carmina dicunt, Hic tibi precipue pura sit mente colendus. Notabile è ancora la brevità, colla quale il traduttore sa spesso rendere il concetto del testo: Cum te aliquis laudat, judex tuus esse memento; Plus aliis de te quam tu tibi credere noli.

Officium alterius multis narrare memento ; Atque aliis cum te benefeceris, ipsa sileto. In generale dalla semplicità stessa della tra- duzione deriva la sua eleganza. Dicemmo che la Francia possiede una versione del secolo xn. Cosi i due distici sopra citati sono tra- dotti nel seguente modo: Quant tu te orras loer juge en ton quer quel ceo est veirs ou nun ; e ja autre ne croies de vertu ke aies plus kc a ta resun.

Autrui serviscs voeil ke tu prises, oiant tute gent; mes quant tu bien feras ja n'em parleras par raun loement. Una traduzione in versi fu pure fatta in Italia, e probabilmente nel se- colo xiv. Per fare un' operetta venuto m' è in talenti! Un'altra traduzione antica che, in parte, si riconnette coi distici Catoniani, è quella dei Trat- tati di Albertano da Brescia.

Dello scrittore poco si sa. Velia et sci solicitu accio que' sse convene: Non essere dormeliusu et ne pirdu a tare bene: Ad multi savij dicere ogio oditu: Ki truppa dorme lu tempu ai perditu. Una libera traduzione italiana in terzine del Libro di Calo si trova anche nel cod. Riccardiano , di scrittura del secolo xv. Concio sia cosa eh' io Chato Romano nella mia mente stessi a pensare una gran turba vidi a mano a mano Quasi per tutti fortemente errare Io dicho ne' costumi tanto forte die gran bisogno avea come mi pare Di buon consiglio per le gravi sorte 1 Rer.

Albertano cita autori pagani e cristiani, raccogliendo le loro sentenze. Cosi nel D'aitato primo, Ars loquendi et facendi, è citato Cicerone dodici volte, tre volte Sallustio, tre volte Orazio, una volta Ovidio: Albertano è essenzialmente scolastico. Egli chiude In sua dottrina in un verso: Quis, quid, cui dicas, cur, quomodo, quando, requiras: La più antica traduzione dell'opera di Alber- tano sembra essere quella fatta a Parigi nel da Andrea da Grosseto.

Ciampi, Volgarizzamento dei Tratt. Fu scoperto e pubblicato dal prof. Ne giudicheranno i lettori da questo breve raffronto: Andrea da Grosseto Soffredi del Grazia A lo 'ncomineamento e al Nel principio, nel mezo, ne meco et a la fine del mio trat- la fine sia tuctora la gratia tato sia presente la grazia del di Cristo sopra '1 mio dire; in Santo Spirito. Non possiamo convenire in questa opinione coli' egregio professore dell'Università di Bologna.

Italico è senza dubbio usato dal Grossetano come contrapposto a latino; non già a significare un idioma letterario nazionale, di cui non potevasi avere idea nel È vero che nel testo le forme dia- lettali sono scarse, che appena anzi ce ne rimane traccia; ma è da riflettere che il codice dove si contiene la traduzione di Andrea da Grosseto è scritto nel secolo xiv, probabilmente più di cinquant' anni dopo che la traduzione fu fatta; e quindi vi si è potuta e dovuta eser- citare l'opera ripulitrice dei copisti.

E del copista francese del cod. Non siamo certi che appartenga al secolo xm anclie la traduzione contenuta nel codice Bar- giacchi, di cui parla il Ciampi. E forse ci appartiene anche un altro volgarizzamento inedito, in dialetto veneto semi- letterario, del quale diamo alcune righe per saggio: Unde eo Albertano una pigola parola de dotrina sovra lo taxere e sovra lo parlare comprixi in sei parole et atie fijolo meo o provecu de insegnarle.

Et queste èno le dite sei parolle I Trattati di Albertano sono quattro. Il primo dicemmo già essere intorno alla dottrina del dire e del tacere. Esso è una raccolta di sentenze, tratta dagli scrittori che indietro ricordammo.

Qualche interesse maggiore ci presenta il Trattato secondo del consolamento e del consiglio. Ivi è da notare in primo luogo che l'autore dà al suo libro quasi la forma della novella, introdu- cendo tre personaggi, Melibeo, 2 sua moglie e la sua figliuola: Esopo, Marziale il pseudo Marziale , Ovidio, ed altri.

Il Trattato terzo ad informare e amaiestrare V uomo? Né c'è dentro, veramente, cosa che meriti atten- zione speciale, essendo tutto una ripetizione de' più comuni insegnamenti ascetici e morali dell" età di mezzo. Un'altra opera ascetico-moralo e 1" Introdu- zione alle virtù. Essa è generalmente detto essere una traduzione dal latino fatta da Bono Giam- boni.

Il nome del Giamboni non trovasi che in un codice Marucelliano, 2 il quale a noi sembra del principio del secolo xv, che termina con que- ste parole: Riccai diano mcmbr. Riccardiano , anch'esso del secolo xiv, manca del passo, dove ricorre il nome del Giamboni sul Marucelliano, essendo la 1 Veti. Trattati inorali di Bono Giamboni, pubblicati da F. Tassi, Firenze, Piatti, Ivi si racconta una visione del paradiso, e termina con queste parole: Quivi comincia un allegorismo che merita di essere no- tato.

La Fede lo interroga sopra i sette sa- cramenti, sui comandamenti di Dio, sul Credo t lo fa giurare di star fermo in tali credenze; e duzione: Notiamo ancora che Boezio è citato in questo stesso capitolo: Ancora è da osservare che la Filosofia chiama la Fede sua figliuola.

Si formano le schiere, sotto il cornando di Vanagloria, di Invidia, d'Ira, 1 Cap. Dall'altra parte stanno le schiere delle Virtù, sotto il comando di Prudenza, Fortezza, Tempe- ranza e Giustizia. E ha una bellissima favella, e in Dio non hae alcuno intendimento. Essa si distende rapidamente. T Si con- finila poi narrando d'altri combattimenti tra le Virtù ed i Vizi. Finalmente la Filosofia dice al Valletto: Ma quella guerra sarà molto lunga, e durerà grandissimo tempo, perchè la gente che tiene colla Fede Pagana è una maggiore gente elio la nostra.

Esso si allontana, in parte almeno, dai sottili trattati ascetici sui vizi e sulle virtù, 3 e tende quasi a dar forma romanzesca alla materia. Abbiamo già detto che malagevole sarebbe lo stabilire se esso appartenga o no al Giamboni. Meno incerti restiamo intorno alla que- stione se sia o no una traduzione, sembrandoci che tale apparisca, sia dalla lingua, sia dallo stile. E la traduzione, o forse il rifacimento, crediamo fatto dal latino. Non è senza impor- 1 Cap. Un altro libro ascetico, e del quale possiamo.

Esso non è altro che una libera traduzione, o piuttosto una riduzione del libro famoso di Innocenzo III, De contemplu mundi sive de miseria humanae con- ditionis. Ma troverà insieme che il testo latino non è tra- dotto, ma piuttosto, più o meno lontanamente, seguito. Certe parti di quello sono soppresse, 1 Ved. Introduzione alle Virtù, testo pub. I codici che contengono il trattato della miseria, dell'uomo sono molti, e tutti cominciano con queste parole: Si vedrà che le parole: Ma sono poi sparite le parole: L'aberrazione umana non è mai giunta più oltre.

E nulla è sacro allo scrittore invasato di furore ascetico: Quelli hanno da sé vino ed olio e balsimo, e questo ha da sé sputo, feccia ed orina.

Quid est igitur Eva nisi heu ha? Tradotto dal latino è pure il trattato che porta il titolo di Giardino della consolazione, 2 cato. Onde per la lussuria sarà l'anima incesa Il secondo di discenderà tanto, che appena si potrà vedere. Il quarto di arderà il mare e l'acqua. Il quinto die gli all'ori e l'erbe daranno gocciole di sangue; e, secondo che dicono alcuni, tutti gli uccelli si ratineranno ne' campi, ciascuna ingenera- zione per sé nel suo ordine, pigolando, e non manicheranno né be- ranno, ma spaventosi aspetteranno l'avvenimento del Giudicio.

Lo sesto die rumeranno tutti i dificj ; e secondo che si dice, fiumi di fuoco si leveranno da ponente contra la faccia del firmamento, cor- renti per infino a levante.

Il settimo die le pietre si percoteranno in- sieme, e fenderannosi in quattro parti; e catuna parte si dice che percuoterà l'altra, e quello suono non intenderà altri che Iddio. L'ot- tavo die sarà generale tremuoto, cioè che per tutto il mondo tremerà la terra di si grande forza che nullo uomo né animale potrà stare in piede ritto, ma tutti caderanno a terra. Il nono die si rappareggie- ranno tutti i colli co' monti e la terra, e torneranno in polvere.

Il decimo die usciranno gli uomini dalle caverne e andranno come isme- morati e ammutolati, e non potranno insieme parlare. L'undecimo die si leveranno tutte le ossa de' morti, e staranno sopra i loro se- polcri; e tutti i sepolcri del mondo, da levante insino a ponente, s'apriranno, perchè i morti ne possano uscire fuori.

Il duodecimo die cadranno tutte le stelle e tutti i pianeti, e le stelle spargeranno fiamme e codazze di fuoco; e dicesi che ogni animale verranno ai campi e non mangeranno né beranno. Il quartodecimo di arderà il cielo e la terra. Non enim quod dicimus vigorem haberet, nisi sacri Cano- nis et Sanctorum testimonio probaretur. Unde magno desiderio laboravi istud opusculum com- pilare ad laudem Dei et utilitatem omnium, et specialiter illorum qui habent aliis proponere ver- bum Dei.

Nam in isto opusculo invenitur in genere auctoritatum copiositas, quas ex libris Sanctorum et quorumdam Sapientium, quasi ex agricolarum hortis, collegi, ut in unum congestae locum, quasi redolentes flores, suavem reddant odorem. Si trova anche nel cod. Graeca, e che è invece un miscellaneo di scritti greci e latini. Il Viridarium vi occupa 94 pagine. Onde io con grande disiderio m'affaticai di proporre lo parlare di Dio; e in questa opera si trova generalmente abbondanza delle autoritadi di quelle de' libri de 1 Santi e d' al- quanti savi, quali, come degli orti de' lavoratori, ho colte e tratte, acciocché ramiate in questo li- bro, come in uno giardino, come fiori oglienti, rendano soave odore ecc.

L'editore di esso scrive: Ora, è indubitabile invece che nessuno di questi tre, né altri codici da noi veduti, portano il nome del Giamboni né in fronte né dappiede. Anzi essi contengono probabilmente 1 Tassi, op. Non parliamo neppure del codice Riccard. Ne abbiamo ora la espli- cita dichiarazione: Ora s'incomincia illibro delle vertudi ne lo quale sono parole di san- ctitade et di filosofia, translatando di lectera in volgare ed io scri- ptore di vinitiano in toscano.

Si come dice l'apostolo piero, i santi di dio ispirati dallo spirito santo anno parlato. Onde ci conviene seguitare i detti loro e anche avergli, se noi vogliamo che quello che noi diciamo sia fermo. Onde con molto desi- derio m' afaticai di fare questo lavorio a laude di dio e utilità di tutti e spetialmente di coloro ch'anno a proporre agli altri la parola di Dio.

Si osservi come è questo testo più fedele all'originale latino di quello del Tassi. Ave vero corpo di Xpo che per noi fosti crocifisso. Al Giamboni stesso viene pure attribuita la tra- duzione del libro di Martino di Braga, Formula honesiae vilae, che, coni' è noto, si credè, nel medioevo, appartenesse a Seneca.

Ma la ragione unica di un'attribuzione siffatta è che, essendo Ave pane consegnato Xpo verbo incarnata tucti guarda da peccato. Ave manna saporita santo sangue prezioso sotto 1' ostia ti se levato. Ave Xhu ostia pura Xgli padri in fighura nella manna fosti dato.

Ave che cci basti si et lia confortasti si che nel monte gli parlasti. Ave re del paradiso Rosa pura fior d' aliso ave ciglio dilicato. Ave chalice superno Xhu verbo senpiterno abbatterno generato. Ave vero singnor mio dolce pane sangue mio che per te fumo ricomprati. Ave sangue tanto degno su nella croce il santo legno discendesti nel costato.

Ave per me singnoro sparto su nel legno tanto ad alto il quale fosti cavigliato. Ave canto con boce pia Xhu inllustra la mente mia et di te fammi inluminato. Della Forma di onesta Vita, Tre ant. Gamba, Venezia ; e Tassi, op. Ciampi, Milano, Stella, Il Laurenziano Gaddiano xxn manca di esso nome. Certo la parte dialettale della lingua non vi è scarsa; 1 ma il periodo corre con speditezza non inelegante, e raro è che la sintassi sia difettosa.

Serva di saggio il Prologo che qui riferiamo: Avvegnaché poco mi muova sia fatto bene o no; perchè tu medesimo hai già dubitato che quello che hai comandato si possa bene fare. Ma in questo mi rallegro, che fermai la mia voluntà in quanto io potesse ubbidire le tua comanda- menta.

Perchè nella casa del ricco padre, eh' è in grande famiglia, conciosiacosachè v'abbia ani- mali di diverse generazioni ad utolità della mas- serizia, non v' è piccola la cura de' cani, a' quali soli èe natura d'ubbidire e seguitare la voluntà del segnore là ove gli piace, o per parola o pei' segno, di mostrare; perchè anno loro proprii di- siderii, i quali in quanto sono più nobili che quelli degli altri animali, cotanto sono più gra- ziosi dagli uomini, cioè conoscere, amaro e ser- vire.

Che, conoscendo il loro segnore dagli altri. E amando il se- gnore e la casa, non vegghiano perchè vi sieno acconci per natura, ma per conscienza di solli- 1 Trovasi, per es.: Co- mandato m' avei che contra i pagani, che sono di lungi dal regno di Dio, e solo le cose terrene sentono, e quelle che debbono venire non cre- dono, e le passate o non sentono od ànnole di- menticate, i tempi presenti infamano siccome pieni di mali, che non sono usati di essere: Il nome del Giamboni ricorre anche nella tra- duzione di un' opera retorica.

Ma è dubbio assai CAP. Ma altri poi so- stenne che invece è opera di Bono Giamboni. E che ha poi questa curiosa nota: Francesco Fontani, a Vegezio Flavio, dell'arte della guerra, Firenze, Il Fiore di Rettorica di Frate Guidotto pub. Il Fontani, 1 letto questo passo nel manoscritto Riccardiano, non istette punto in forse nel pre- stargli pienissima fede. Paragonato infatti il contenuto dei varii codici tra loro, si trova evidente un rimaneggiamento.

Il testo stam- pato dal Manni 3 è diverso da quello dato dal Gamba; il codice Riccardiano è diverso dal In uno dei codici da lui visti si legge: Dicendo che il Fiore di Retorica è tradotto dal libro Ad Herenniicm, è necessario che noi spieghiamo che genere di traduzione sia questa.

Noteremo prima di ogni altra cosa che il proemio, col quale è dedicata l' opera a Manfredi , è cosa tutta dello scrittore italiano. In queste parole ap- parisce chiaro lo scrittore del medioevo, ed il suo entusiasmo per Cicerone. Dopo le lodi di Cicerone e di Virgilio, lo scrittore si volge a Manfredi, dicen- dogli: A questo proemio un altro ne tiene dietro, anch'esso opera del compilatore.

Un terzo prologo si legge in altri codici, 1 dove esso compilatore dice: Da tutto questo è già chiaro abbastanza che il lavoro sul libro Ad Uerennium non sarà che una molto libera riduzione di esso. Noi infatti troviamo, non solo nei prologhi, ma nel corso stesso del Fiore di Retorica Y opera personale del compilatore.

Valga questo esempio a provarlo. E questa espressione basta a dirci che lo scrittore non tra- duce certamente il testo latino. Nel paragrafo in del testo italiano si legge: E il la- tino: Dopo che il testo latino seguita col de- finire i tre generi: Deliberativum est quod in consul- tatione positum, habet in se suasionem et dissua- sionem. Nel testo italiano invece per trovare queste definizioni bisogna saltare dal paragrafo in al vi, dove si leggono in questa forma: Deliberativa è detta quella favella quando sopra alcuna cosa si consiglia; et è detta deliberativa perchè colui che consiglia, delibera in prima quello che è da prendere nel consiglio.

E evidente che qui non si traduce più. Nelle definizioni che seguono si scorge che lo scrittore volgare ha tenuto dietro al latino, ma con molta libertà: Turpe genus caussae intelligitur, cum aut honesta res oppugnatur, aut defenditur turpis.

Dubium genus est cum habet in se caussa et honestatis et tur- pitudinis partem. I paragrafi vii, viii, ix del testo italiano con- tengono cose estranee al libro Ad Herennium. Ad esso sembra che si ritorni nei paragrafi x e xi, ma molto confusamente.

Il testo latino dice: Si genus caussae dubium habcbimus, a benevolenza principium constitue- mus, ne quid illa turpitudinis pars nobis obesse possit. Sin humile genus erit caussae facieraus at- tentos. Sin turpe genus caussae erit, insinuatione utemur, de qua posteri us dicemus, nisi quid nacti fuerimus, quare adversarios eliminando, benevo- lentiam captare possimus.

Sin honestum caussae genus erit, licebit recte vel uti vel non uti prin- cipio. Sin uti volemus, aut id oportebit ostendere quare eaussa sit honesta; aut breviter, quibus de rebus simus dicturi, exponere. Si principio uti no- lemus, a lege, a scriptum, aut ab aliquo firmis- simo nostrae caussae adiumento principium capere oportebit.

Quoniam igitur docilem, benevolum, at- tentum li abere auditorem volumus, quo modo, quodque confici possit, aperiemus. Dociles audi- tores habere poterimus, si summam caussae bre- viter exponemus, et sic attentos eos faciemus, nani docilis est is qui attente vult audire.

Attentos ha- bebimus, si pollicebimur nos de rebus magnis, novis, inusitatis verba facturos, aut de iis rebus, quae ad rempublicam pertinent, aut ad eos ipsos qui audient, aut ad deorum immortalium religio- nem, etsi rogabimus ut attente audiant, et si nu- mero exponemus res quibus de rebus dicturi su- mus. À nostra persona benevolentiam contrahemus si nostrum officium sine arrogantia laudabimus, aut in rempublicam quales fuerimus, aut in parentes aut in amicos, aut in eos ipsos qui audiunt aliquid referemus, dummodo haec omnia ad eam ipsam rem de qua agitar sint accomodata.

Item si nostra incommoda proferemus, inopiam, solitudinem, calamitatem; et si orabimus, ut nobis sint auxilio, et simili ostendemus nos in aliis spera voluisse habere. Ab adversariorum persona benevolentia captabitur, si eos in odium, in invicliain, in contemptionem ad- ducemus. In odium rapiemus, si quid eorum spurce, superbe, perfidiose, crudeliter, confidenter, mali- tiose, flagitiose se factum proferemus. In contemptionem adducemus si inertiam, ignaviam, desicliam, luxuriam adver- sariorum proferemus.

Ab auditorum persona bene- volentia colligetur si res eorom fortiter, sapienter, mansuete, magnifice iudicatas proferemus, et si quae de iis existimatio, quae iudicii expectatio sit, aperiemus. Si faccia confronto di questo testo col seguente volgare: E se fare proemio non vuole, incominci il detto suo da alcuno bello esempio o da alcuna piacevole similitudine o da alcuna autorità di sa- vio uomo o da alcuna ferma allegazione, per la quale possa per innanzi il detto suo confirmare e attare.

Ma chi nelF uno dei detti dui modi non fa il cominciamento, ma viene incontinente al latto che vuole dire, è avuto come colui che viene lotoso a mangiare, e ponsi al desco e non si lava le mani. E perchè il proemio o il cominciamento della diceria porta grande utilità quando e ben fatto, si ci sono dati questi ammunimenti per li savi.

In prima che "1 dicitore faccia il suo proemio bene e breve e di poche parole ; e che '1 faccia chiaro e aperto, si che ne possa l'uditore age- volmente trarre lo intendimento; e che '1 faccia tale, che si accordi bene col fatto che vuole dire; e che '1 faccia di parole usate,, e non disusate et oscure; e guardisi di farlo troppo ornato accioc- ché non paja all'uditore cosa pensata, perchè non si darebbe cotanta fede alle parole sue; e faccialo tale, che adoperi l'una di queste tre cose; cioè: Che renda l'uditore più atteso al detto suo, o rendalo più benivolo a sé, o rendalo più ammae- strato in sul fatto che intende di dire.

E prima, per che parole si renda l'uditore più atteso. Perchè quando l'uditore ode dinanzi dire che di cotale materia si dee trai tare, si rende inconta- nente meglio a udire. Anche si rende atteso l'udi- tore quando è pregato dal dicitore che benigna- mente lo intenda, o quando il dicitore apre brie- vemente dinanzi, sopra quante cose dee dire e l' ordine che deve tenere. Più benivolo si rende, colui che favella, l'uditore da quattro cose: Dalla persona sua, colui che favella, si rende benivolo l' uditore, e senza arroganza loderà l'officio suo, o i fatti suoi, e dirà cliente egli è stato per lo suo comune , o per li parenti, o per gli amici, o per coloro medesimi che l'odono, acciocché quello che dice sempre si convenga col detto suo ; perchè dicendo colui che parla cotali cose di sé, si fa volere bene all'uditore.

Anche se dirà il dicitore alcuna cosa di sue miserie, siccome è povertà o come sia stato prigione, o CAP. Dalla persona dello avversano suo si fa colui che favella benivolo l 1 uditore, se per lo detto suo farà 1' avversario suo venire in invidia dell' uditore o in odio o in dispregio.

In invidia il farà venire, se dirà che sia ricco o po- tente o gentile o che sia compagno dell' uditore od oste o parente, oppure altro tali cose abbia, onde l'uomo ha baldanza di poter tacere la ra- gione: In dispregio il farà venire, so dirà elfo mallo o pigro o leni" i lussurioso, o abbia in so altre cose, orni' l'uomo è cadalo in dispregio.

Dalla persona di colui che ode si farà, colui che favella, benivolo l'uditore, se dirà senza arroganza, che l'uditore sia savio o forte, o umile o grande, o dirà alcuna cosa, la quale egli crederà che l'uditore oda dire volentieri di se. E il Nànnucci invece: Ma queste discordi opinioni si possono molto facilmente accordare. Stabiliamo prima di tutto che la Rhetorica ad C. Herennium non è opera di Cicerone, ma è un libro compilato da fonti greche ai tempi di Siila, 3 trascritta poi molte volte e assai adoperata nel medioevo, 4 ed attribuita a Cicerone da S.

Girolamo, da Prisciano e da al- tri. Teuffel, Storia della Leu. Di una parte del De Invertitone abbiamo una traduzione che si attribuisce a Brunetto Latini. Ecco le sue parole: II, n, 91 e II, n, E nel II, iv, In questo codice e' è anche una nota che dice: La tra- duzione si tiene strettamente al testo, ma non è per questo priva di quella elegante facilità e scor- revolezza eho furon proprie della prosa italiana nel suo primo periodo.

Potranno i lettori vederlo da questo brano che riferiamo: Sundby, Brunetto Latini Levnet of Skrifter, pag. Per la quale cosa, se alcuno lassa li dirittissimi ed onestissimi studi di ragione e d'ufficio, e con- suma tutta sua opera in usare solo la parladura, certo elli èe cittadino inutile a se, e periglioso alla sua cittade e al suo paese; ma quelli il quale Tarma sie d?

Diamo ora il testo corrispondente: Non c'è bisogno di dire che la traduzione è affatto letterale. Né ci sembra che, nello stato attuale delle ricerche su questo argomento, si possa negare a Brunetto Latini un tale lavoro.

Ligorio e il Re Dejotaro, volgarizzato da B. A cura di M. Sembra una prova che questo volgariz- zamento si debba a Brunetto la lettera eh' egli scrive, dicendo: Ma conviene che sii studioso leggitore a via più bene intendere, perciocché le ra- gioni sono molte, e sono forti e sottili.

Ma, come più l'userai, e più t'avranno savore. Poligrafo di Verona, IV, iv, sgg. Nannucci, Manuale, n, ; Paitoni, Bibl. Passeremo ora alle opere originali. Se non che oggi gli eruditi combattono tra loro su questo argomento, e lo storico della lette- ratura deve tener conto delle loro discussioni. Co- minciamo intanto dal domandarci chi fosse questo Matteo Spinelli da Giovenazzo.

Nessun documento del xin secolo lo ricorda ; l nessuno degli scrittori dei secoli xv e xvi che si occuparono di Giove- nazzo e dei suoi uomini illustri, lo conosce. Sono tutti poste- riori all'anno Qui la risposta dovrà essere un po' più lunga. Già tutti coloro che pubblicarono i Diurnali o che se ne occuparono, ebbero a confessare che tro- vavansi in essi molti errori cronologici e molti errori di fatti: Berlin , Cito la traduzione italiana del prof.

Achille Coen , pag. Ma noi su questa parte del suo lavoro non crediamo necessario di entrare. Provata la falsità, il nome del falsario non ha che una importanza secondaria. Quando poi anche questo potesse ammettersi, re- sterebbe sempre quello che notano i due critici Ma anche con questo sistema, osserva il Bernhardi pag. LE CRONACHE già ricordati, che cioèi compilatori secondarii dei Diurnali avrebbero dovuto agire molto diligen- temente nella loro negligenza, poiché essi, quali sono, presentano un tutto ben ordinato e con- nesso tra le singole parti.

Ma, del resto, non è solo la confusione cronologica che faccia condan- nare come falsi questi Diurnali. Errori di ogni maniera vi si accumulano. Citiamone alcuni dei più strani. Sembra strana assai la difesa che fa di questo passo il Minieri Puccio. Quattro cronisti sincroni attestano esplicitamente della morte di Taddeo alla batta- glia del Ora è noto che Alessandro IV fu eletto nel , dopo soli quattro giorni di vacanza.

Ma che tali ipotesi sieno conti-arie ad ogni verità si ricava dal testo stesso dei Diurnali, dove si legge che i Napoletani fer- marono Giacomo Savelli e Brandino Orsini colla loro gente, perchè potessero difendersi, finché si faceva l'altro papa.

Bisogna dunque ritenere il testo com'è volgarmente nei mano- scritti, se non si vuole far cadere Matteo in con- traddizione con sé stesso. Mattia, 24 febbrajo; mentre si sa che la battaglia non accadde che il 26 febbrajo. Ci mancano alcune parole. Or chi non crederebbe , nota il signor Capasso, 1 alla esattezza ed alla veracità di fatti raccontati con tante particolarità da un testimone oculare?

Eppure essi sono smen- titi apertamente dalle testimonianze di cronache e documenti contemporanei e più autorevoli. E tutto questo è pure falso ed immaginario. Ancora qui Matteo stesso as- siste al fatto: Parla della marcia, della battaglia, di un consiglio di guerra; finalmente ritorna a casa, quando i nemici si sono allontanati.

Questa spedizione non ha mai avuto luogo, ed è tutta un parto della fantasia di Matteo. Ma al Minieri Riccio ha risposto ora vittoriosamente il signor Ca- passo pag. Per noi basta il detto fin qui a stabilire che il lavoro attribuito allo Spinelli è una falsificazione di tempi posteriori, e che per conse- guenza di esso non deve occuparsi la storia lettera- ria.

Possiamo affliggerci di un tal fatto, ma dobbia- mo rassegnarci davanti alla evidenza, colla quale esso s'impone al nostro più spassionato giudizio. Se dunque dobbiamo cancellare il nome dello Spinelli, potremo almeno cominciare con quello di Ricordano Malespini? Per esso pure la critica odierna solleva dubbi non pochi. Un accurato stu- dio di un tedesco 3 su questo scrittore diede ad un altro tedesco occasione di più minute ricerche, le quali lo condussero a ritenere che la Cronaca di Ricordano fosse anch'essa una falsificazione.

Riprodotta poi nei Fio- reatiner Studien, Leipzig, Il signor Scheffer- Boichorst fece un passo più oltre, e pose a raf- fronto Martino, il Malespini e il Villani. Quale fu il resultato dei suoi riscontri? Diciamolo subito colle sue stesse parole. Egli nota la più intima affinità tra il Malespini e Martino, come tra il Villani e Martino; nota che il Malespini non ha preso la più piccola cosa dall' opera di Martino , la quale manchi al Villani; che anzi vi è più esatta concordanza tra Martino e il Villani che non tra Martino e il Malespini.

Un' altra i Cfr. Vedi pure nella Me- moria del signor Capasso, indietro citata, la nota 2 a pag. Ma dunque, come è possibile che il Villani co- piando il Malespini concordi colle fonti più di lui? E come potè per l' appunto scegliere le fonti medesime, tener dietro ad esse, e nono- stante copiare parola a parola il Malespini? Per esempio, ecco due brevi tratti: Quale religioso rispetto per il testo Malespiniano! Ecco qualche altro esempio: Qui pure accade lo stesso: Anzi alcune volte egli fa qualche cosa di più: Che fa il Villani?

Copia, ma traduce in francese le parole di Re Carlo: Sui codici si troverebbe certo da correggere queste parole; ma ciA non interessa ora allo scopo nostro. Quali sono, mostrano che in francese le scrisse il Villani.

Non è questo un metodo ben singolare? E la cosa si ripete in più luoghi. Ten- gasi dietro ai seguenti raffronti: Rispose il Re e disse: Questa copia corretta del Malespini diventa poi una cosa inconcepibile davanti al fatto seguente.

Il Villani cita alcune delle sue fonti: Tanto più se si consideri come le ragioni di una tale falsificazione possano tro- varsi nello scopo di esaltare l'origine di alcune famiglie fiorentine, e specialmente quella dei Bo- naguisi, colla quale Ricordano è in parentela, e ch'egli fa derivare da un discendente dell'Impe- ratore Ottaviano e da una nipote di Catilina.

E da essi pure ap- parisce che il Villani copiando corregge sempre. Si paragoni special- mente cap. I, 56; xxiv con I, 7; 45 con IV, 5, ecc. Chi ignora quanti manoscritti del Villani restino tuttavia inesplorati? Noi quindi non sappiamo per ora quali nuovi fatti potessero uscire dallo studio di essi.

Stando le cose come oggi stanno, ci sembra che il critico tedesco abbia ragione. Ma domani egli potrebbe aver torto.

Dello scrittore non si hanno notizie. La fa- miglia Malespini fu molto antica a Firenze; 1 ma di un individuo di essa che si chiamasse Ricor- dano, non è stato trovato fin qui documento al- cuno. Anzi notiamo che nessun personaggio fiorentino ebbe un tal nome. Io Ricordano distrugge l'ipotesi. Follini, Prefazione; Busson, op. Strozziano, che è il più antico cfr. Ma è più probabile la prima ipotesi.

Un simile racconto fu già giudicato per una favola, tante sono in esso le cose as- surde e contradittorie. In esso è evidente lo scopo di esaltare la propria famiglia: La novella non ha molta importanza in sé stessa; ma l'importanza le viene dal fatto che su que- i Gap. Del resto, il carattere della Cronaca è alta- mente medievale. Si prendono le mosse da Ninus ; si fa Atalante marito di Elettra, e fondatore di Fiesole, la prima città dopo il diluvio di Noè; si narra la storia di Troja, di Enea, di Romolo e Remo; si racconta una novella di Tevcrina figliuola di Fiorino e di Belisea; si dice che Attila disfece Firenze; si dà l'etimologia de' nomi di varie città; insomma si va sulle orme delle vecchie cronache latine, affastellando favole, tradizioni, leggende; non badando ai più strani anacronismi, risalendo ai tempi più lontani, alle origini del mondo, a Adamo.

Foli, la nota 10 al cap. Come im- portante sarebbe il vedere questo Malespini scri- vere il dialetto della propria città, non una lingua illustre o comune. Dalla rozzezza stessa del suo dettato, dal dialettismo che vi campeggia, dal- l'assenza di ogni arte riflessa, acquisterebbe pre- gio il libro di Ricordano.

E poi, anche questo, è ve- ramente proprio del Malespini? Qui pure i dubbi si accumulano. I primi capitoli del Malespini e del Villani contengono la narrazione dei medesimi fatti, colla sola differenza che la narrazione del Malespini sembra sempre un ristretto, un com- pendio di quella del Villani.

Ora, supporre che questi, tenendo davanti a se il Malespini, lo abbia ampliato con altre fonti, è poco probabile. Quanto a noi, confessiamo di crederci poco. Anche un'altra Cronaca del secolo xm è ca- duta sotto i colpi della critica odierna: Lu Ri- bellamentu di Sicilia contra Re Carlo, 2, che si credè essere la leggenda popolare che correva nella Sicilia intorno al Procida. Qui pure nota- vansi concetti che parevano attestare la genuinità di quel documento e la sua grande importanza.

Michele Amari e il prof. Hartwig 4 hanno provato che essa non è altro che una fal- sificazione, 5 anzi una specie di romanzo fabbri- cato sulla storia del Villani. Cesare Paoli, intorno a che ved. Di Giovanni, Bo- logna, Di Giovanni Filologia e Letler.

Questo fatto anzi, questo tardo assorgere alla prosa letteraria, que- sta difficoltà nello staccarsi dal nazionale latino, è, come già dicemmo, naturale in Italia.

Sarebbe da stupire piuttosto che fosse accaduto il contrario. Ed intanto esprimo il mio compiacimento per la pubblicazione del bellissimo libro del prof. Del Lungo, dopo il quale è sperabile che le logomachie Diniane abbiati fine.

Poche sono le notizie pervenuteci di que- sto scrittore. Sappiamo solamente eh' egli nacque in Arezzo e fu frate;! Egli attinge senza alcun dubbio molte delle sue cogni- zioni dalle traduzioni latine delle opere degli Arabi e di Aristotile.

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